Mi sono data un limite, questa volta. Altrimenti – mi conosco – avrei abusato di ricordi e straripato in un racconto troppo denso. Allora, un po’ diversamente dal solito, in questo articolo bandisco itinerari dettagliati e sorvolo le storie che hanno creato l’identità di New York, divenendone l’emblema.
Scelgo, invece, di raccontarvi l’anima di New York City. Come una pagina di diario, solo un po’ meno intima e confidenziale.

6 :00 del mattino. Già sveglia. Complice il jet lag.
Con la smania di una bambina che corre sotto l’albero la mattina di Natale per sincerarsi che Santa Clause abbia esaudito le sue richieste, mi precipito alla finestra. Sotto di me, Times Square. Gli enormi schermi pubblicitari hanno illuminato la piazza per tutta la notte, senza assopirsi mai. Freme il desiderio di lasciarmi abbracciare da quel brulichio festoso di vitalità.

C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile.
Simone de Beauvoir

Alle prime ore del mattino, sorprendo una New York meno frenetica e più silenziosa. Il traffico scorre fluido, ancora pochi passanti, ancora meno turisti. La città pare avvolta da una bolla magica fatta di luci e riflessi ancora timidi che cercano di farsi spazio tra i grattacieli, senza però riuscire a toccare ogni anfratto.
Lo spettacolo è tanto desueto quanto breve. La bolla, come pizzicata dalla punta della lancetta dell’orologio, si dissolve. New York indossa il suo abito.

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Guardo con gli occhi avidi di chi vorrebbe catturare ciascuno dei fotogrammi che compongono la pellicola newyorchese che mi sta davanti, per riuscire a portarli via con me. O forse i miei occhi sono quelli di chi osserva New York così forte perché vorrebbe che quello che stupisce diventi quotidiana consuetudine. Ok, sto sognando, lo so!
Non so scegliere con quale priorità guardarmi intorno. Cosa merita il mio sguardo prima di altre cose. E’ un rincorrersi di colori, di voci, di culture, di scene che catturano i miei sensi e le mie emozioni. E mi chiedo se chi vive qui da tempo, prima o dopo si abitua a tutto questo, riuscendo a non farci più caso. Se così fosse, credo sarebbe un vero peccato.


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Con una grinta instancabile, che sembra appartenere ad ogni newyorchese, autoctono o d’adozione che sia, prende inizio il mio viaggio nella città. La esploro toccando i luoghi più visitati, quelli da cartolina – o meglio – quelli più instagrammati. Con curiosità mi interrogo sulle vite degli uomini e delle donne che incontro. Osservo i loro volti. Immagino le storie che si nascondono dietro un sorriso o dietro l’aria pensierosa. Sono a decine di migliaia. Chissà se hanno scelto un attico affacciato su Park Ave oppure un loft a Soho ricavato da un vecchio edificio industriale o, invece, abitano in una graziosa townhouse dei Village che si sussegue alle altre, in rapida sequenza, all’ombra dei romantici vialetti alberati.
Camminano con passo svelto, sempre. Appaiono noncuranti dell’incessante brusio di sottofondo. Ne sono assuefatti, evidentemente. Io invece li distinguo: clacson, motori, sirene, martelli pneumatici, vociare umano, schiamazzi. Un miliardo di suoni si intrecciano, stridono, si soffocano l’un l’altro. E plasmano quella che mi sembra essere la voce naturale della città. Un suo tratto essenziale. Senza quella voce, New York non sarebbe veramente lei.

Cammino circospetta sul pavimento della hall del Crysler Building, tra uomini in doppio petto e donne su tacchi a spillo che si apprestano verso i 18 ascensori, in attesa che le porte intarsiate in legno si aprano. Prima ho ammirato da fuori le campate a tre archi dell’edificio e la guglia in acciaio inox, così alta da far venire il torcicollo per guardarne la punta. L’interno è completamente rivestito di marmo, granito e acciaio cromato, il pavimento come le pareti.

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Resto qualche momento sotto il soffitto stellato del Grand Central Terminal. Pullula di turisti smarriti e di pendolari affaccendati, eppure conserva l’eleganza e la raffinatezza di un salotto urbano, dai marmi bianchi perfettamente lucidati.

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Salgo a 320 metri d’altezza per regalarmi uno degli spettacoli più belli al mondo. In pochi secondi l’ascensore dell’Empire State Building tocca l’86° piano. Un affaccio a tutto tondo su Manhattan. Un paesaggio da mozzare il fiato. Riuscire a fissare i luoghi, distinguendoli in quella fittissima griglia di strade e grattacieli, pare quasi impossibile. Rapita, mi chiedo se può esistere tanta bellezza, tutta riflessa in un solo sguardo. La risposta è sì. E’ davanti ai miei occhi.

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Mi siedo più e più volte ai posti all’aperto dei Sightseeing, attraversando le strade di Lower Manhattan, Downtown e Uptown a un palmo di mano dai semafori sospesi in aria. Mi innamoro del traffico puntinato di taxi gialli che sfrecciano pericolosamente e dei palazzi decorati con elementi in ghisa e dalle scale di emergenza a vista, che mi lascio alle spalle. Per le strade di Midtown, dove la Fifth Avenue incrocia Broadway, formando un perfetto angolo acuto, si innalza il Flatiron Building. Originale ed iconico. Ma la sua sagoma triangolare, che ricorda tanto quella – appunto – di un ferro da stiro, non è espressione di un ambizioso vezzo dell’architetto, come si potrebbe credere. Semplicemente la pianta dell’edificio è stata adattata al lotto di costruzione.

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Al cielo sale una preghiera silenziosa, rivolta verso una delle enormi vasche nere che definiscono quello che era il perimetro delle Twin Towers. L’acqua che incessante defluisce verso il fondo, sgorga nuovamente attraverso cascate artificiali, come simbolo di rinascita. Dove non esistono più le Torri Gemelle, c’è il 9/11 Memorial, come segno di speranza. Identico è il valore ideologico di cui è stato caricato Oculus. Una immensa stazione di metropolitana, treni e traghetti, certo. Che ospita un altrettanto enorme centro commerciale. Ma la sua struttura bianca, imponente, ricorda le grandi ali di una fenice che risorge con fierezza sulle ceneri del Ground Zero. Un emblema di pace e rinascita. Ho come la sensazione che, nell’intera zona del World Trade Center – ribattezzata appunto Ground Zero – aleggi una silenziosa compostezza, sentita e rispettata da tutti. Come uno spazio contemplativo, che staccato dai rumori della città, gode di sacralità e senso di speranza.

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All’imbrunire poso lo sguardo sullo skyline. Sono a Brooklyn e guardo verso Manhattan. Incanto e magia. Le luci dei grattacieli appaiono come minuti puntini luminosi che definiscono con precisione le sagome di ogni architettura. Mentre nel cielo infuocato dal sole che sta tramontando, si creano striature colorate di arancio e rosa, che sfumano nel violetto. Camminare a piedi sul Brooklyn Bridge, con lentezza, è irrinunciabile, suggestivo. Tanto quanto lo è il lifestyle del distretto di Brooklyn. Dove esiste un equilibrio esemplare, fatto di convivenze rispettose delle differenze reciproche. Un’integrazione che si legge anche nella perfetta commistione tra lo scenario urbano di Dumbo, fatto di loft ricavati da ex laboratori commerciali, e Vinegar Hill, nostalgico gioiello architettonico dalle case in stile Ottocento e le strade in acciottolato originale.

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Guardo da vicino i colori e le forme che i più grandi artisti al mondo hanno impresso su tela. Quante volte quelle immagini le ho guardate riprodotte sui libri di storia dell’arte. Ma vederle appese sulle pareti del MoMa ha tutt’altro gusto.

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Passeggio in mezzo all’infinita sfilata di vetrine chicchissime della 5th Ave. Taglia Manhattan da nord a sud, dividendola a metà: da un lato East Side dall’altro West Side. Dedico così poca attenzione ai desiderabili oggetti che in qualunque altro posto al mondo, fisserei con estrema attenzione, catalizzata dallo loro bellezza. Scelgo di visitare, invece, un grazioso negozietto di articoli natalizi (aperto tutto l’anno, con tanto di canzoncine a tema che risuonano in sottofondo), un emporio che propone nastri di ogni dimensione, colore e fattura immaginabile, una bottega di liquori e distillati di ogni genere. E penso a quanto sia vero che a New York non esista nulla di introvabile.

Una pausa, seduta ai tavolini di Rockefeller Center. Quanto mi piace la commistione colorata delle bandiere svolazzanti, ciascuna simbolo di un Paese dell’ONU. In questo canto della 5th Avenue si concentrano studi televisivi, piazze, negozi, ristoranti, giardini, l’osservatorio panoramico Top of the Rock, affacciato su Central Park.
Insomma un connubio di vivacità ed energia. Non passa certo inosservato il Radio City Music Hall, teatro iconico di New York facilmente riconoscibile grazie alle sue inconfondibili insegne luminose. Brillanti e colorate luci al neon, come quelle che contraddistinguono tutti i teatri di Broadway. Corro con la mente agli anni Trenta, e immagino una New York City capace di magnetizzare intere generazioni di artisti, con il suo fascino scintillante e utopistico. Perché nella Grande Mela esiste una possibilità per tutti.

Mi concedo una giornata intera a Central Park. E’ una città nella città. Una città verde. E’ un tripudio di viali alberati, distese di prati verdissimi, sentieri popolati da bici e skateboarder, scoiattoli curiosi, fontane zampillanti, laghetti e statue. Per un po’ resto a guardare gli artisti di strada che si esibiscono in coreografie ineccepibili, poi una passeggiata che termina con qualche pagina del mio libro, letto seduta sul prato, come una di New York. Non riesco a smettere di guardare i grattacieli spuntare sopra le fronde altissime degli alberi. Così perfettamente complementari. Natura e architettura. Senza che una eclissi la bellezza dell’altra, anzi ne valorizza i tratti. Come se una non potesse esistere senza l’altra. Che poi, in fondo è proprio così. E’ anche il loro coesistere che rende New York, New York.

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Mi ritrovo nell’ Upper East Side, adiacente appunto all’estremità orientale di Central Park. Tra i palazzi storici in pietra arenaria, grattacieli di lusso, vetrine chic e caffè d’epoca. In un batter di ciglia mi sento Carrie Bradshaw. Sì perché se è vero che Sex and the City, Colazione da Tiffany o la più recente serie TV Gossip Girl hanno consacrato il quartiere come insegna del lusso, è vero anche che per le sue strade si respira esattamente lo spirito, lo stile di vita di quella New York City, facoltosa ed elegantissima.
Con il vento che mi scompiglia i capelli, navigo l’Hudson, a bordo di un battello carico di decine di turisti. Da Battery Park verso Liberty Island. La vedo, sempre più vicina, sempre più grande. Ai miei occhi è mastodontica nei suoi 46 metri di altezza e 225 tonnellate.

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E’ lì dal 1886. Fu un dono dei francesi per sancire l’alleanza tra i due Paesi. Nella mano destra, Lady Liberty, regge una fiaccola, alta verso il cielo, simbolo del fuoco eterno della libertà. Libertà. D’istinto rifletto sul paradosso. Milioni di immigrati – di cui una farcita fetta di Europei – approdano a New York con avida bramosia di poter abbracciare una libertà capace di restituire speranza. Accadeva nel XIX secolo, quando chi emigrava in America alla ricerca di un futuro nuovo e più promettente, lo faceva a bordo di una nave, giungendo nella baia di Manhattan. Al loro arrivo la Statua della Libertà li accoglieva. Dava loro il benvenuto. Stavano per toccare la terra del riscatto sociale. Eppure, ancora non era fatta. Ancora non avevano lo status di immigrati. Solo di aspiranti tali. Il sogno americano di quelle donne e di quegli uomini poteva realizzarsi sole se venivano giudicati idonei, dopo le procedure di controllo, selezione, smistamento. Rigidi controlli sanitari, burocratici e di capacità intellettiva [in un’epoca in cui la penetrazione di alfabetizzazione e istruzione era infima], attesi per ore all’ombra di quella statua, simbolo della libertà. Io lo immagino l’imbarazzo sotto lo sguardo austero del loro inquisitore o l’inquietudine provata nell’attesa del verdetto. Leggo in questo fenomeno un volto duplice, a tratti scavato dal dolore, a tratti radioso per l’emozione di prospettive nuove. E mi sorprendo a canticchiare De Gregori
“Per noi ragazzi di terza classe che per non morire si va in America”
[…]
“Per noi ragazze di prima classe che per non sposarci si va in America”.

Chi sogna New York, la crede energia pura che vibra. Ne immagina i cliché, i comportamenti stereotipati ed i luoghi comuni visti e rivisti nei film. La pensa come una promessa di magia, capace di trasformare ferro e cemento nella più grande bellezza al mondo. Quando la vedi, ne ritrovi ogni attesa. New York non delude. E’ proprio come l’hai immaginata nella tua mente.
Con uno sguardo fotografo tutta la sua essenza. Muri di donne e di uomini affollano strisce pedonali disegnate su strade troppo larghe. Il vapore, denso da sembrare fumo, fuoriesce dai tombini delle fognature, dalle aperture di scolo dei marciapiedi di Manhattan o dai tubi bianchi e rossi, piantati nel bel mezzo del traffico cittadino. I caffè sorseggiati per strada, dai brick in cartone, stretti tra le mani. Il chiosco fumante degli hot dogs. La voce di New York rumorosa e vitale. La luce che si insinua nella scacchiera di grattacieli creando atmosfere spettacolari e surreali. Vite e destini che si sfiorano ad un semaforo e si incrociano nei passi frettolosi della gente.
Per me, in questo sguardo, c’è tutta New York City.

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Poi ogni sera, finisce così. Le luci di Times Square mi riempono gli occhi. Io mi fermo con lo sguardo assetato. Voglio osservare lo spettacolo e berlo ad avide sorsate. Tutto è in movimento, qui pulsa il cuore di New York City. Una moltitudine di persone in fermento affolla la piazza. Le luci sgargianti si riflettono sui loro volti. Mi lascio impregnare da tutta l’energia potente che questa città incredibile riesce a profondere.

Era troppo per crederla vera; così complicata, immensa, insondabile.
E così bella, vista da lontano: canyon d’ombra e di luce, scoppi di sole sulle facciate in cristallo, e il crepuscolo rosa che incorona i grattacieli come ombre senza sfondo drappeggiate su potenti abissi.
Jack Kerouac

Questo articolo ha 2 commenti.

    1. stefaniaianniciello

      Ciao Giulia! Ti ringrazio moltissimo.
      Sai New York è una di quelle mete irrinunciabili, almeno una volta nella vita.
      Ti avvolge e ti travolge con la sua energia e la sua vitalità. Devi assolutamente metterlo nella tua lista dei posti da visitare.
      Il tuo blog è adorabile e ricchissimo di spunti. Complimenti!

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